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Italia - Toscana
Secca di Capo Duomo
Argentario - 7 Maggio 2006
Marcello

Un incidente subacqueo sfiorato
Maggio 2006 - Quanti errori commettiamo immergendoci, convinti che «Tanto a me non capiterà mai niente…» A maggio mi è capitata una brutta avventura subacquea, che ha rischiato di trasformarsi in un grave incidente. Ho raccontato questa storia anche in alcuni forum di subacquea e ho ricevuto critiche per il mio comportamento e apprezzamenti per il fatto di essermi messo in discussione pubblicamente. Gli apprezzamenti non mi interessano. Le critiche, invece, mi sono servite per rianalizzare serenamente quanto mi è accaduto, per comprendere bene i miei errori e metterli tutti in fila ma, soprattutto, per trarre un insegnamento da ciò che mi è capitato e che fortunatamente si è risolto senza gravi conseguenze.
Vorrei condividere questa mia esperienza con tutti i visitatori del sito, perchè ho la piena consapevolezza del fatto che quella volta
mi è andata bene e che, davvero, poteva capitarmi il peggio, inoltre, leggere questa mia storia può servire a far sì che ogni subacqueo rifletta su quello che mi è accaduto, per evitare di commettere degli errori simili ai miei.
Prima di raccontare la mia brutta avventura, premetto (per chi non mi conosce) che ho una certa
dimestichezza con il mare, sia sopra l’acqua (dato che ho navigato in barca a vela per circa 20 anni, anche a livello professionistico), sia sotto… infatti, mi immergo da una decina di anni e ho accumulato diverse centinaia di immersioni, molte delle quali a profondità molto superiori ai fatidici 40 metri. Però, come leggerete, tutto questo bagaglio di esperienza non mi ha impedito di trovarmi in una situazione davvero poco simpatica.




Ed ecco il racconto della mia avventura…

7 Maggio 2006. Sto trascorrendo un bel weekend di immersioni all’Argentario. La domenica mattina decidiamo di immergerci sulla bellissima secca di Capo d’Uomo. Siamo appena in sei subacquei. La mia compagna d’immersione (mia moglie Angela) è rimasta a terra all’ultimo momento, perché ha detto di non aver ancora digerito bene l’abbondante cena di pesce della sera precedente e preferisce aspettarmi al diving. Arriviamo sulla secca e la guida s’immerge con 4 sub AOWD per fare un giretto sui 30 metri di profondità dove ci sono le gorgonie. Io dovrei chiudere il gruppo (sono anch’io guida subacquea e conosco bene quelle acque), ma, in realtà, dato che è il mio ultimo tuffo prima della partenza, preferisco fare la mia immersione da solo, stando vicino al gruppo, senza però avere un mio compagno. Dopo appena 5 minuti di immersione, mentre mi trovo a circa 35 metri e sto ammirando degli splendidi rami di gorgonie, sono colto dai sintomi di un’improvvisa e potente narcosi d’azoto, probabilmente causata dal freddo (ci sono 12 C°) e dalla non perfetta digestione della cena della sera precedente. In quel momento la guida con il suo gruppo è 7-8 metri più sopra di me e, ovviamente, non si accorge di nulla.

In un attimo scivolo rapidamente sul fondo (che, per fortuna, in quel punto è a solo 45 metri…), e, quasi senza rendermene conto, mi ritrovo inginocchiato nella sabbia, a vomitare. Da quel momento si innesca una sequenza di errori, dovuti alla perdita di lucidità. Sgonfio completamente il mio gav e cerco invano di risalire. Dato che non ci riesco, continuo disperatamente a sgonfiare il gav, convinto di gonfiarlo. Convinto che il vis non funzionasse, libero dall’elastico di ritenzione il corrugato del secondo sacco del mio gav e provo insistentemente a gonfiarlo, premendo… il pulsante di sgonfiaggio. Ovviamente, non mi stacco dal fondo e comincia a prendermi un senso di angoscia che mi rende difficile la respirazione. Il mio desiderio di risalire rapidamente in superficie comincia a diventare irrefrenabile. L’ansia iniziale sta rapidamente trasformandosi in panico: mi trovo da solo sul fondo del mare a 45 metri e non capisco assolutamente perché non riesco a sollevarmi con l’aiuto del gav. Sono irrazionalmente convinto che entrambi i vis del mio jacket si siano rotti e, data la mia agitazione, non sono in grado di sollevarmi dosando l’aria nei miei polmoni. I pensieri si accavallano nella mia mente, mentre mi dico che
devo assolutamente risalire subito. Comincio a pinneggiare come un forsennato e, issandomi a forza di braccia sulla parete della secca, riesco faticosamente ad arrivare sino a 35 metri. Ovviamente, sono in completo affanno e quasi allo stremo delle mie forze.

Fortunatamente, arrivato a quella quota, la guida, che non si è accorta che io sono sparito e che staziona con il suo gruppo intorno ai 30 metri, vede i lampi della mia strobo (che tengo sempre accesa anche di giorno) e si rende conto che sono in difficoltà perché mi muovo molto scompostamente. Perciò lascia immediatamente il suo gruppo e mi raggiunge poco più sotto di lui. Afferra il mio gav e cerca di capire che cosa può essermi accaduto. Io, di fronte a lui, con gli occhi sbarrati e quasi incapace di respirare, riesco solo a spiegargli a gesti che… il mio gav non funziona! Dopodiché, riesco con grande fatica a togliermi la cintura con 6 kg di zavorra che, essendo posizionata sotto l’imbracatura del mio gav, ovviamente non si sgancia facilmente. Così, mentre il mio compagno mi sostiene afferrandomi per gli spallacci, per evitare che precipiti di nuovo (preso dall’agitazione di vedermi così in difficoltà, non prova nemmeno a gonfiare il mio gav!!), io, sempre più in affanno e quasi allo stremo delle forze, riesco finalmente a sganciare i fastex dell’imbraco del mio gav e a passargli la mia cintura. A quel punto, per un attimo, si crea persino una situazione comica, perchè con la mia cintura penzolante dalla mano destra, il mio soccorritore mi fa segno se voglio davvero che la butti a fondo… Gli faccio segno disperatamente di sì con la testa, e lui molla la mia cintura. Immediatamente cominciamo letteralmente a volare verso la superficie alla velocità di 25 metri al minuto! Nel frattempo, passati i sintomi della narcosi, riprendo rapidamente il controllo della mia respirazione e, soprattutto, della situazione. Sempre aggrappati agli spallacci dei rispettivi gav, ci mettiamo nella posizione allargata dei paracadutisti per frenare la risalita incontrollata e, quasi per miracolo, ci fermiamo a circa 6 metri di profondità. Sospesi a mezz’acqua, con assetto decisamente positivo, riusciamo fortunatamente a sostare per circa un minuto e mezzo, mentre la mia respirazione è ritornata finalmente regolare. Dopodiché riemergiamo in superficie tra lo stupore generale di chi è rimasto sui due gommoni ancorati sulla secca. La mia immersione dura in tutto 11 minuti, ma gli ultimi 4 minuti di risalita non li scorderò per tutta la mia vita! Arrivato sul gommone sono davvero stanco. Rifiuto l’ossigeno offertomi dalla guida e mi bevo una bottiglia di acqua. Poi mi distendo all’ombra sul fondo del gommone, aspettando che riemergano anche gli altri quattro subacquei, che non si sono accorti di nulla. Una volta arrivato a terra, non faccio nessuno sforzo e attendo che mia moglie (preavvertita telefonicamente dal gommone), sciacqui e riponga tutta la mia attrezzatura, carichi i bagagli sulla macchina e mi porti a casa. Durante il viaggio di ritorno, di circa quattro ore, ho sonnecchiato per tutto il tempo e la notte ho dormito come un sasso. Non essendomi eccessivamente saturato, data la brevità della mia sfortunata immersione, ho accusato soltanto una gran spossatezza, che è durata sino al giorno dopo, ma nessun altro sintomo di MDD. Direi che, tutto sommato, mi è andata molto bene e che è andata bene anche al mio soccorritore, che ha rischiato una pallonata da 35 metri assieme a me.






Cerchiamo adesso di tirare delle conclusioni da questa vicenda, dato che dagli errori si impara sicuramente qualcosa. Infatti, noi possiamo essere andati in acqua centinaia di volte, ma se non ci è mai successo nulla, nemmeno un piccolissimo inconveniente, non possiamo essere davvero preparati ad affrontare emergenze e problemi seri. Sicuramente questa esperienza mi è servita a qualcosa.
Però mi sono anche chiesto: se il mattino sulla barca mi sentivo bene e se il freddo mi ha bloccato la digestione a 35 metri, facilitando l’insorgere della narcosi e facendomi vomitare, obiettivamente, come potevo evitare di trovarmi in quella brutta situazione? L’unica cosa che ora so che non avrei mai dovuto fare, è stata quella di nuotare 10 metri più sotto della guida. Però lui, conoscendomi bene, non si è affatto stupito o preoccupato del fatto che io andassi verso la base della secca dove c’erano le gorgonie più belle da vedere, mentre lui conduceva il suo gruppo.
So perfettamente che fare il
solo diver non è previsto da nessuna didattica e non è prudente, ma, forse, provenendo da un corso di speleosubacquea, nel quale non esiste il sistema di coppia e si deve riuscire a cavarsela da soli in ogni situazione d’emergenza (questo perché, in un ambiente ostruito non si può certo contare sull’aiuto del proprio buddy), io ho sopravvalutato le mie capacità e mi sono fidato troppo della mia attrezzatura ridondante, che conosco alla perfezione (gav con doppio sacco ed erogatori con doppio primo stadio DIN).
Il mio problema è stato causato da un attacco improvviso di narcosi d’azoto, innescato dal freddo e dalla cattiva digestione, fattori che mi hanno portato alla pressoché immediata perdita di lucidità. Ora, è chiaro che, per riconoscerla, la narcosi bisogna almeno averla provata qualche volta. Ma la sua intensità e le sue conseguenze sono assolutamente variabili ed imprevedibili (euforia, senso di angoscia, perdita di lucidità, prostrazione, confusione mentale, ecc.) e non si sa a priori che cosa ti prenderà. Perciò, sono giunto alla conclusione che quella volta io dovevo solamente stare molto più vicino alla guida, anche se non era il mio compagno d'immersione. Questo gli avrebbe permesso (forse) di accorgersi dall’inizio delle mie difficoltà appena ho cominciato a vomitare e di impedirmi di precipitare da solo sul fondo. Non avrei certo potuto evitare di sentirmi male sott’acqua, ma, probabilmente, stando più vicini, le conseguenze del mio malessere sarebbero state minori e non si sarebbe innescata quella catena di errori che hanno rischiato di costarmi davvero cari.
Un’altra cosa che a distanza di tempo ho capito, è che, una volta tornato in barca, sarebbe stato meglio se avessi attivato la procedura di primo soccorso con somministrazione di ossigeno. Invece, un po’ per vergogna (....già!!), un po’ per leggerezza, l’ho rifiutato e mi sono limitato a bere parecchia acqua e a non fare più alcuno sforzo per diverse ore.

Oggi sono perfettamente consapevole di essere stato davvero fortunato, per il fatto che non mi sia capitato nulla e che non si siano manifestati sintomi di MDD. Probabilmente, se avessi rispettato il sistema di coppia, tutti gli altri problemi ed errori li avrei evitati, grazie all’intervento tempestivo del mio compagno. La presenza del compagno, infatti, determina una situazione di doppio controllo delle varie fasi dell’attività subacquea, a tutto vantaggio della tranquillità e della sicurezza dell’immersione. Affidarsi solo a se stessi e pensare che
a me non capiterà mai nulla e, in ogni caso, so come affrontare il problema... non è sicuramente la cosa giusta. Come ho imparato sulla mia pelle, un malore o un imprevisto possono sorprenderti sempre, che tu sia un espertissimo subacqueo o un principiante.

Mi sono anche reso conto dell’importanza dell’addestramento tecnico e degli esercizi ripetuti in acqua nel corso degli anni. Se non fossi stato opportunamente preparato e addestrato non avrei certamente pensato al rischio di MDD e non sarei riuscito a frenare la mia risalita incontrollata. Inoltre, non sarei riuscito ad effettuare una breve sosta di sicurezza a mezz’acqua in assetto completamente positivo, regolandomi solo con il mio respiro e questo avrebbe senz’altro agevolato l’insorgere dei sintomi di MDD.
E’ pur vero che le situazioni reali sono differenti dalla teoria e dagli esercizi fatti in piscina, ma questi sono sempre importantissimi, perché grazie alla nostra preparazione, all’esperienza e alla pratica, certi gesti diventano automatici e ti possono fare uscire da situazioni potenzialmente molto pericolose. Infatti, una volta raggiunto il mio compagno a 35 metri di profondità, ho applicato inconsciamente un altro insegnamento che viene ripetuto fin dal corso OWD:
fermati - pensa - respira - agisci. Solo facendo questo, ho potuto riprendere il controllo, recuperare la situazione ed evitare conseguenze peggiori!

Ho anche appreso e sperimentato personalmente qualcosa in più sulla narcosi d’azoto, un fenomeno subdolo e non ancora del tutto chiaro scientificamente. Avevo letto e sentito dire da più parti che, con l’esperienza, si impara ad avvertire i primi sintomi della narcosi e si riesce a contrastarli. Sapevo che, risalendo di qualche metro, i sintomi passano rapidamente. In effetti, è vero: io sono risalito di una decina di metri a forza di pinne e braccia e la narcosi è sparita, ma l’affanno e la fatica erano enormi e mi sono trovato in una situazione di panico, mai provata prima, che sono riuscito a controllare solo con la forza della disperazione e con tanta determinazione. Inoltre, una volta raggiunto dal mio soccorritore, ho dovuto cercare di gestire io la sua evidente paura, rassicurandolo sulle mie condizioni e, subito dopo, ho dovuto gestire la nuova emergenza che ha messo in pericolo anche lui. Abbiamo rischiato entrambi una pallonata tremenda in pochi secondi in assetto completamente positivo, dopo avere fatto un’immersione profonda. Un errore iniziale ha scatenato una sequenza di emergenze che, per mia fortuna, si sono risolte positivamente. Fortunatamente, ripensando a questa esperienza a distanza di tempo, mi sono reso conto che evidentemente avevo imparato qualcosa nei vari corsi di brevetto e nelle centinaia di immersioni fatte in precedenza e questo ha fatto sì che scattassero in me degli automatismi sino ad allora sconosciuti che mi hanno salvato la pelle.

In definitiva, sono tante le cose che ho imparato da questa brutta esperienza. Innanzitutto, che non c’è nessuno che non sbaglia mai e che non bisogna mai sopravvalutare le proprie capacità, nemmeno se si hanno moltissime immersioni alle spalle. Inoltre, ho capito che, anche quando ci si sente
sicuri, non bisogna mai abbassare la guardia, perchè la narcosi ti può prendere in un attimo e, anche se ti conosci bene, non sei mai certo di quali effetti potrà avere su di te. Se invece che a 45 metri il fondo lì fosse stato a 60 o 70 metri, come poco più al largo di quella secca, non ce l’avrei fatta a risalire… e di questo ne sono assolutamente consapevole!

Ma, forse, la cosa più importante che ho imparato da questa vicenda, è che quello che ti insegnano nel corso AOWD – cioè che
il subacqueo esperto e maturo è quello che sa rinunciare ad un’immersione – è assolutamente vero! Se non si è perfettamente a posto fisicamente e mentalmente bisogna sempre saper rinunciare all’immersione, anche se l’andare sott’acqua è la cosa più bella che ci sia. Spero soltanto che questa mia esperienza possa servire a qualcuno!

- Visita anche il sito personale di Marcello: www.marpola.it -


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