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Thailandia - Bangkok
Paptong: il quartiere a luci rosse
2004
Bill
Sono convinto che, in viaggio attraverso paesi lontani, per cercare di comprendere davvero il maggior numero di aspetti che caratterizzano certe culture così diverse dalla propria, limitarsi alle visite di questo Tempio o quella chiesa, o di quell’altro Museo o monumento, non basti per placare la sete di conoscenza e approfondimento e per sedare il “sacro fuoco” che brucia nelle menti e negli animi dei viaggiatori che, come me, seppur modestamente, tentano di emulare le esperienze del mitico Kerouac.
Per questo credo che non ci sia niente di meglio, tra una visita e l’altra, che gironzolare anche senza una meta precisa lungo i marciapiedi di una città, visitarne i mercati, entrare in un supermercato, sedersi al tavolo di un qualsiasi bar o sulla panchina di un parco, anche solo osservando la gente che passa.
Gente che non ha niente a che fare con qualsiasi impresa di carattere turistico, gente comune, gente di tutti i giorni.La stessa gente che, tra la moltitudine di turisti, affolla Patpong, il pittoresco quartiere a luci rosse di Bangkok, famoso in tutto il mondo soprattutto tra coloro i quali pensano alla Thailandia unicamente come a una destinazione “particolare”, e per “interessi” del tutto diversi da quelli che da anni spingono me e quelli come me lungo le strade di tutto il mondo.
Tuttavia, questa particolare zona di Bangkok è assolutamente tra i luoghi da non perdere, cercando di non incorrere nel rischio di pensare che gli aspetti che caratterizzano un luogo simile siano tra i principali e più significativi per la collocazione culturale di questo meraviglioso Paese.
Per chi non avesse mai avuto modo di vederla, il primo colpo d’occhio che si ricava da Patpong, è molto simile a quello che si ha della tristemente nota ai miei concittadini Fiera di San Faustino, con tutt’altro impatto cromatico però!
Il quartiere, situato nel centro di Bangkok, prende vita subito dopo le sette di sera, quando migliaia di luci e di insegne di tutti i colori e fogge scintillano come fuochi pirotecnici nel buio della notte tropicale, in un assordante e miscellaneo sfondo sonoro di musica rock sparata a tutto volume dagli altoparlanti dei venditori di compact disc e videocassette, tra le urla dei rutilanti butta-dentro delle decine di “pittoreschi” Sexy-Pubs.
Si contano centinaia di bancarelle sistemate sui due marciapiedi e nell’area centrale delle strade, con esposta merce di ogni tipo.
È il Paradiso della contraffazione, anche se in Thailandia come in tutto l’Oriente, Nike, Adidas, Puma ed altri marchi rinomati, hanno impiantato più o meno abusivamente molte Factories, nelle quali trovano “impiego”, altrettanto più o meno abusivamente, migliaia di lavoratori dai cinque ai settant’anni, ragion per cui potrebbe essere frequente credere di aver acquistato un paio di scarpe o una tuta taroccati, che poi si rivelano essere autentici a tutti gli effetti.
Vi assicuro, non vi accorgerete di aver fatto tardi facendovi largo tra la folla che si assiepa amenamente nelle vie del quartiere, soffermandovi di bancarella in bancarella ammirando le scintillanti esposizioni degli orologi delle marche più prestigiose, delle intere linee delle più rinomate Griffes del Prêt à Porter, incluse le marche di jeanseria più famose del mondo, di profumi, di occhiali da sole e di tutte le altre insidie del Bengodi consumistico occidentale.
Tutti articoli firmati dagli stilisti più famosi. Tutti disinvoltamente contraffatti nella maniera più meticolosamente verosimile, tanto che sfiderei chiunque a distinguere il mio paio di 501 acquistati qui a 20 € da quelli che vendono alla Levi’s di Corso Palestro a 120. Oppure potrei mostrarvi la spudorata imitazione dei miei Oakley modello Bastard Inside comprati alla altrettanto spudorata cifra di 10 €.
Capirete cosa intendono certe guide quando scrivono che non è necessario affannarsi nella preparazione delle valigie quando si parte per la Thailandia. Al di là del particolare interesse per la griffe taroccata, tenete conto che la Thailandia è uno dei principali paesi asiatici nella manifattura di articoli tessili. Approfittare di comprare tutto quanto ci serve una volta messo piede a Bangkok potrebbe rivelarsi una ghiotta occasione per rifarsi o completare il proprio guardaroba con una spesa davvero ridicola; comprese le valige, quand’anche fossero della Samsonite, perché qui taroccano anche quelle!
Sui banchi di altri venditori incuranti dello stridente contrasto morale tra il sacro e il profano, troverete mescolati con sbalorditiva disinvoltura meravigliosi Buddha in legno pregiato con altri articoli prettamente indirizzati a una clientela dai gusti sessuali piuttosto particolari, oppure accanto a un campionario di divise ed elmetti nazisti di tutte le taglie e misure, per non tacere delle esposizioni di ogni tipo di arma da taglio o da offesa, dal temperino da cinque centimetri all’ascia da Jack the Ripper, o di improbabilissime diavolerie di tipo similtecnologico da piegarsi in due dal ridere, come il portachiavi che si illumina e cinguetta se sente il vostro fischio, o l’accendisigaro talmente pieno di lucine da sembrare un flipper.
Mi auguro che, fendendo il fumo che si leva dalla grigliata di spiedini di pesce e pollo, vorrete lasciarvi tentare e quindi indulgere alle delicatezze della cucina Thai, quand’anche fosse quella di quel chiosco a rotelle parcheggiato di sghimbescio a cavallo del marciapiede.
Compreso nel prezzo qualcuno vi darà anche uno sgabello pieghevole sul quale potrete “accomodarvi” per godervi lo spuntino, rigorosamente annaffiato dalla onnipresente Tiger Beer… Eddai! Dopotutto è solo uno spuntino, e che diamine!
Credetemi, questo quartiere è uno spettacolo imperdibile.
Purtroppo il vero “piatto forte” di Patpong è l’eccentrico corollario di strutture imperniate sul mercato del sesso.
Generalmente, in Thailandia, non c’è niente di più facile che entrare in contatto diretto con questo mondo, anche se non lo desiderate, e persino se sarete vi accompagnerete a braccetto della fidanzata o della moglie: avvicinandovi con un’innocente e disarmante allegra sfrontatezza, vi capiterà inevitabilmente spesso e ovunque, di ricevere un numero incredibile di proposte, dalla semplice seduta del più innocente ma paradisiaco massaggio, alla prestazione un po’ più “articolata”, e persino al matrimonio, da parte di splendide ragazze, la cui bellezza ancora ricordo come una delle sorprese più inimmaginate di tutti i miei viaggi.
Qui a Patpong, di fronte all’ingresso dei numerosissimi locali di Lap-dance, troverete i camerieri che, accompagnandovi per qualche passo brandendo e sfogliando sotto i vostri occhi una specie di book illustrato con empirici ma inequivocabili disegni che rappresentano in modo alquanto esplicito ed efficace le “specializzazioni” delle Girls, faranno di tutto per convincervi a onorarli della vostra presenza, strillandovi negli orecchi con il loro improbabilissimo e tipicamente orientale inglese. I più arditi vi prenderanno a braccetto cercando di instradarvi all’ingresso del locale, ma niente paura. Quello che più vi sorprenderà sarà il particolare clima, che incredibilmente vi farà sentire quasi foste a una festa di paese più che nella Sodoma e Gomorra del sesso sfrenato, con buona pace delle Nikon e delle Sony che sicuramente porterete appese al collo, nonché del vostro marsupio da viaggio allacciato in vita. Niente a che vedere con le truci, losche e inquietanti figure che ci capita di vedere bazzicare sui nostri marciapiedi, anche se alla fine gli intendimenti sono i medesimi.
Dando per scontato che nessuno dei miei pazienti lettori sia un patito di questo tipo di tematiche, eviterò di addentrarmi ancorché in modo blando, in particolari scabrosi. Io ho voluto toccare con mano, in senso metaforico, s’intende, questo triste aspetto della vita nel Paese del Sorriso, osservando il tutto con gli occhi dello spettatore disinteressato ai privilegi offerti dalle graziose Ladies, comunque incuriosito per le argomentazioni di base indicate all’inizio di questo racconto.
Quindi, ora che siete giunti pazientemente fino a questo punto della narrazione, a chi fosse davvero interessato, dovrei chiedere la password gratuita ma necessaria per consentirgli di proseguire nella lettura della descrizione di quanto si può vedere all’interno di questi locali, perché noi ci siamo entrati, in un Sexy-Pub.
Ma, come ho detto poche righe fa, siccome so che non siete interessati, non mi resta che strapparvi dall’abbraccio affettuoso e premuroso del butta-dentro, e, ringraziandolo con un sorriso, accompagnarvi nuovamente sui vostri passi a bighellonare tra le centinaia di bancarelle di Patpong.
Buon shopping, e che sia il più selvaggio possibile.