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Stati Uniti
Walking in New Orleans

Giugno 2009
Alfredo

Torno a New Orleans dopo 15 anni.
Nei ricordi della mente il caldo e umido soffio del tropico; il profumo dei fiori; la musica ad ogni angolo di strada; il sapore piccante del gumbo e della jambalaya e i ricordi di un razzismo strisciante ma presente nella gente del vecchio Sud con i marciapiedi con le striscie di due colori (blu o gialle) a seconda che fossero adibiti a bianchi o neri.
Chissà come l'avrà cambiata, pensavo tra me e me, il ciclone Katrina che nel 2005 ha sollevato le acque del grande lago salato e l'ha completamente inondata.
Quando si parla dell'America si pensa subito ai grattacieli di New York, ricchi di vetri e di metalli, e ci si immagina di sprofondare nelle vie delle città prive di sole, tenute in costante ombra dall'altezza degli edifici; di sprofondare in un traffico caotico, strade percorse da auto di grandi dimensioni, limousine bianche e nere; di osservare gente frettolosa che corre non si sa bene dove; di guardare storditi i negozi della Quinta Strada, Broadway con i suoi teatri, Wall Street e le periferie con le case in mattoni rossi.
Ma l'America è anche il paese dei grandi spazi, tagliati da strade che sembrano non finire mai: bianche, dritte, lunghe, anche poco frequentate.
E' un mondo di piccoli centri, chiusi nel breve cerchio dei loro privilegi, un mondo dove convivono grandi solitudini e momenti di enorme partecipazione. Un paese dove anche oggi vi sono dure situazioni razziali e impensabili chiusure mentali.
La Louisiana è uno di questi grandi spazi; divisa in due dalla religione e dalle origini di appartenenza delle popolazioni: a Sud i discendenti dei Francesi, a Nord i discendenti degli Inglesi. I primi cattolici osservanti, spesso bigotti, chiusi in una regione che con un vecchio termine spagnolo chiamano ancora Feliciana; gli altri protestanti e battisti in massima parte. Nel Nord cittadine frettolose, cresciute più attorno alla banca che alla chiesa; a Sud un clima più rilassato, un mondo a parte che non riesce a farsi americanizzare.

Si dice che New Orleans sia la città americana più europea oppure sia la meno americana delle città americane. In tutto il sud della Louisiana la matrice europea è sempre in evidenza come ideologia, come segno di un antico radicamento. Nel sud vi è abbondanza di acque, canali, paludi, laghi; sono frequenti nubifragi e cicloni. La gente ha saputo trarre profitto dal clima, dalla fertilità dei terreni, dalla pescosità delle acque, dalla ricchezza di animali nelle foreste, creando condizioni di vita che si riassumono in quel loro detto laissez le bon temps rouler; in pratica godetevi la vita.
All'aeroporto la voce di Amstrong, filtrata dagli altoparlanti, canta:
«Do you know what it means to miss New Orleans?» («Sai cosa vuol dire sentire nostalgia di New Orleans?»)
Ed è vero New Orleans ti prende e ti lega col profumo delle sue magnolie, con la luce dei suoi tramonti, che incendiano le fiorite architetture del Vieux Carré. Ci sei dentro, subito affogato in quelle sue musiche che traboccano allegre da tutti i locali di Bourbon Street; ti confonde con i suoi cento musicisti di strada, con i suoi cento pittori che in Jackson Square mostrano le loro tele colme di colori, di sagome squilibrate, come se i palazzi fossero visti attraverso il bizzarro movimento dell'acqua del Mississippi. Ti lascia senza fiato col suo
wink of the moon, quel chiaror di luna che illanguida la città notturna adagiata sull'ansa del grande fiume. Dall'alto dei grattacieli il fiume appare in tutto il suo magico splendore e la traccia scura della via d'acqua corre pigra, costellata di fari dei battelli e traccia il solco di una mezza luna attorno alla quale si appoggia la città per questo chimata anche Crescent City.
New Orleans è stata fondata nel 1718 da Jean-Baptiste Le Moyne, signore di Bienville, che la dedicò a Filippo, duca di Orleans, reggente di Francia. Due anni dopo la città ospitava seimila abitanti tra cui seicento schiavi. Non ebbero vita facile quei coloni alle prese con le popolazioni indigene e con un ambiente naturale difficile. Luigi XV, nel 1762, cedette tutto il territorio alla Spagna ma nel 1800, per volontà di Napoleone, la colonia tornò ad essere di dominio francese. Nel 1803, per 15 milioni di dollari, cedette la regione al presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson cosicchè, nel 1812, la Louisiana divenne il diciottesimo stato dell'Unione.

New Orleans si porta addosso, con la disinvoltura di una vecchia signora, questo suo passato; ha mantenuto intatta la sua classe che sfoggia con un pizzico di snobismo; mostra con orgoglio le sue origini spagnole e francesi e con uguale soddisfazione i quartieri più nuovi, con le loro audaci architetture. In più la sua gente sembra sottolineare, col suo carattere solare, quel Big Easy, quella vita facile, che è diventato il simbolo della Louisiana.
Una lunga arteria, Canal Street, divide la storica New Orleans, racchiusa nel suo French Quarter (il Quartiere Francese), dalla nuova, quella degli americani, quella degli uffici, dei grattacieli, della finanza (il District Quarter).
Il Quartiere Francese vive due vite.
Di giorno appare sonnacchioso sotto il sole, attraversato da turisti a caccia di foto e di souvenir nei negozietti ricchi di paccottiglia kitsch e di ogni possibile stravaganza. Girandolo tranquillamente a piedi si possono ammirare le vecchie case ed apprezzare la vera, vecchia New Orleans.
Partendo da Canal Street si gira a destra su Royal Street dove si può osservare l'edificio, con ancora i balconi originali tutti in ferro battuto, che fu la prima banca della Louisiana e che attualmente contiene un Centro per l'Informazione Turistica ed un distretto di Polizia. Poco più avanti sulla stessa via un grande edificio tutto in marmo e terracotta che per decenni è stato sede della Suprema Corte della Louisiana e che ora racchiude la Law Library dello Stato. Ancora più avanti ecco Casa Faurie costruita nel 1801 dal nonno materno del famoso impressionista, Edgar Degas. Attualmente vi ha sede il Brennan's Restaurant, un famoso ristorante dove potrete apprezzare squisiti filetti di manzo.
All'incrocio tra Royal Street e St.Louis Street possiamo ammirare Maison Seignouret, costruita nel 1816, abbellita da elaborati balconi in ferro, e Merieult House, edificata sul finire del '700, abitata da una donna che si diceva bellissima, Catherine McNamara, che Napoleone volle a corte a Parigi e a cui offrì, peraltro inutilmente, pur di trattenerla vicino a sé, un castello in Francia.
Risalendo su St.Louis Street troviamo The Hermann-Grima House, esempio dell'influenza americana sull'architettura francese. L'ingresso presenta un piccolo giardino ed un ricovero per i cavalli.
Due traverse più avanti, presso St.Peter Street ancora due bei esempi di strutture francesi: Le Monnier House, attualmente sede di un ottimo ristorante, e Maison de Flechier, una bellissima struttura tutta decorata in ferro fatta costruire da un noto proprietario di piantagioni di cotone, Etienne Marie de Flecher, nel 1794 dopo il disastroso incendio che divorò gran parte delle vecchie costruzioni. Sempre proseguendo per Royal Street troviamo Maison Lemonnier, definita la prima casa
a cielo aperto. Decorata con balconi in ferro che portano ancora inciso le iniziali del suo primo proprietario.

Proseguendo sulla via si arriva a Jackosn Square. Sulla sinistra troviamo L'Arsenale dello Stato della Louisiana che era servito da prigione durante gli anni della dominazione spagnola, successivamente adibito ad arsenale per le Legioni della Louisiana ed ora adibito a Museo di Stato. La leggenda vuole che in una zona limitrofa il Generale Andrew Jackson ebbe un colloquio con i pirati Jean e Pierre Lafitte sulle modalità di difesa di New Orleans. Di fronte a Jackon Square si erge la Cattedrale di St.Louis, un edificio in marmo eretto dal Ministero della Marina Francese sotto Napoleone in onore dei 30 marinai francesi che avevano servito come infermieri volontari durante l'epidemia di febbre gialla che aveva colpito la regione.
Di fronte alla Cattedrale il bel giardino di Jackson Square, con la statua a cavallo dell'omonimo generale, costruito nel 1721 e chiamato Piazza d'Armi dagli spagnoli. Risalendo a sinistra verso Madison Street e proseguendo all'incrocio a destra lungo Chartres Street troviamo Le Carpentier House, meglio conosciuta come Beauregarde House. Qui visse gli ultimi anni, alla fine della guerra civile, il generale confederato Beauregarde,
the Great Creole, braccio destro di Lee ed imbattuto durante la guerra di secessione. Risalendo verso Royal Street incrociamo la LaLaurie House, la più famosa residenza privata, costruita all'inizio dell'800. Attorno alla casa si è creata la leggenda di spiritismo di cui sarebbe stata protagonista Delphine LaLaurie e i suoi servi di colore, leggenda accresciuta dal fatto che la casa venne distrutta dal fuoco e i soccorritori trovarono scheletri con gli arti apparentemente immobilizzati. Delphine morì in Europa qualche anno dopo ed il suo corpo venne inumato in gran segreto. Anche oggi si dice che girando a mezzanotte nei pressi della casa si odono strani rumori, si vedono strani bagliori…
New Orleans è la terra del Vodoo, dei vampiri e delle magie. Ma che cos'è questo vodoo che nei racconti di tanti cronisti è stato associato a riti sanguinari, a morti viventi, terrificanti zombie, stati di trance e coscienza alterata? Nulla di tanto truce. Al contrario una religione decisamente pacifica. In Louisiana arriva da Haiti ma le origini vanno ricercate nel Dahomey, un antico regno della costa occidentale africana, divenuto oggi il Benin, e poi nel Togo e nel Ghana occidentale, ancor oggi praticato dai popoli Fon, Ewe e Ga. Le divinità del pantheon vodoo abitano la natura: la terra, gli alberi, l'acqua, le pietre. Sono migliaia e mettono in comunicazione il mondo terreno con quello spirituale. La massima aspirazione del fedele è quella di riuscire ad abbandonarsi totalmente allo spirito della divinità entrando in una sorta di estasi ed il suo corpo è posseduto dal loa, lo spirito, che parla e agisce in modo indipendente. Trascinato oltre oceano per via della tratta degli schiavi, il vodoo ha incontrato e si è imparentato con il cristianesimo e si è diffuso nel Caribe in forme diverse. Ha trovato ampio bacino di coltura negli schiavi: il bisogno di una speranza superiore capace di dare energie a uomini schiacciati dal potere di altri. Il potere bianco non poteva tollerare una religione che coagulava genti e passioni creando possibili sorgenti di ribellione. Ed ecco nascere le leggende su riti sanguinari, sacrifici umani, fatture e maledizioni rese ancora più terrificanti dall'incessante rullare dei tamburi durante le manifestazioni religiose.

Il quadrato del Quartiere Francese termina a ridosso del Mississippi lungo la Decatour Street; la via è ricca di café e di ristoranti all'aperto. Ordinate un bigné e vi arriva una grossa frittella imbottita di crema e affondata nello zucchero a velo. La strada è frequentata da famiglie che girano senza una meta precisa, carrozzelle di turisti che passano scampanellando, giovani acrobati, musici improvvisati, ognuno con il suo piccolo spettacolo. A fianco tra la Decatour e la St.Peters Nord si apre il French Market; un mercato dove si trova di tutto allocato sotto i colonnati che fiancheggiano il lungofiume.
Dalla parte opposta il quartiere sfuma verso Basin Street; nei dintorni c'è il Louis Cemetery N.1, il più vecchio camposanto di New Orleans, inaugurato nel 1789, in un terreno che allora era fuori della città. Qui riposa il grande Satchmo: Louis Amstrong. Non è difficile sentire il suono di una banda che accompagna il defunto con il classico
«When the saints go marchin'in». La tradizione continua ad essere rispettata: la musica ultimo saluto e la musica per tornare alla vita. Ma qui, negli ultimi anni, bisogna prestare molta attenzione; le case sono diventate improvvisamente spoglie, i negozi assenti; la criminalità altissima; le aggressioni a scopo di rapina all'ordine del giorno. Vedi improvvisamente l'altra faccia della medaglia; quella dell'America disagiata, povera, poverissima, solitamente di colore.
Torniamo nel French Quarter di sera. Le strade sono una esplosione di luci, suoni, musica, odori. Locali di ogni genere dove la musica è un sottofondo al rumore assordante della strada e dei clienti; donne seminude che ti invitano ad entrare in locali fumosi; postriboli a cielo aperto; ragazze che dai balconi delle vecchie dimore francesi trasformate in pub dove il consumo di birre raggiunge vertici enormi, ti lanciano collanine e ti mostrano il seno invitandoti a salire e a offrir loro da bere; tutto è volutamente esagerato, esasperato. E ai confini del quartiere vigilano poliziotti a cavallo pronti a sedare le esternazioni più esagerate. Nella notte Bourbon Street è il centro di questo piccolo mondo; qui trovi tutte le esagerazioni che puoi pensare di incontrare in una notte brava e la vecchia, gloriosa Preservation Hall (la più antica casa del blues e del jazz), che si affaccia sulla via, è sommersa dalle urla, dagli strepiti dei passanti. Immagino cosa possa succedere il Mardi Gras, il carnevale di New Orleans. L'origine di questo carnevale viene dal primo incontro di un esploratore europeo, Pierre Le Moyne, con la Louisiana. Era il 3 marzo 1699, giorno in cui a Parigi iniziava il carnevale. Le Moyne chiamò il luogo Point du Mardi Gras. Quella data e quel nome lasciarono il segno. Piano piano, attraverso varie peripezie, il Mardi Gras è entrato nel mito americano; una festa di colore popolare e pagana insieme con un fatturato che supera abbondantemente il miliardo di dollari.
Non si può vivere a New Orleans, anche solo per pochi giorni, senza ripensare la storia della sua musica, quel jazz che in cento anni di vita ha conquistato il mondo. Si fonde questa storia alla grande tragedia della schiavitù. L'incontro-scontro tra due culture in una terra che si presentò ai pionieri come una sorta di paradiso ma si rivelò ben presto un autentico inferno; e ai neri che li seguivano in catene come una condanna della quale non potevano farsene una ragione. Sacerdoti, pastori accompagnavano i coloni; a loro era toccato organizzare i bianchi in congregazioni; il canto, di inni e salmi tratti dalla Bibbia, era l'espressione massima della preghiera. I neri si erano raccolti attorno ai loro sacerdoti/stregoni; avevano inventato una lingua franca per non farsi capire dai loro padroni ed anche loro nel canto, nella musica, nella danza avevano trovato un momento liberatorio. Dapprima erano solo grida magari delle donne per chiamare i loro uomini sui campi di cotone;grida che ricevevano risposta e che, prendendo forma, si erano trasformate in canti capaci di aiutare la gente nella fatica del lavoro. Successivamente, avendo accesso alle chiese e cominciando a comprendere il linguaggio dei bianchi, compresero il significato dei salmi che promettevano eterna felicità a tutti i tormentati. Naturalmente gli schiavi interpretavano i salmi a modo loro liberando tutta la loro dinamica energia ed erano nati così gli spiritual: parole dell'innodia bianca cantate da voci nere. E quando si parla di spiritual a New Orleans ci si deve subito riferire a Mahalia Jackson, una voce assoluta, drammatica, primordiale, colma di sofferenza e di speranza. Accanto ai salmi fiorivano canti laici: canzoni d'amore, di solitudine, di nostalgia oppure storie che raccontavano in chiave ironica la vita degli schiavi. Tutto trasmesso attraverso la tradizione orale, attraverso l'improvvisazione che è una delle caratteristiche del jazz.

Alle spalle del Quartiere Francese scorre il grande fiume: il Mississippi.
L'8 maggio del 1541 due-trecento spagnoli sfiniti dalla stanchezza e dalle malattie erano usciti dalla selva e avevano trovato
un fiume o un mare, tanta acqua. Erano i superstiti di una spedizione partita da Cuba sotto la guida di Hernando De Soto e sbarcata due anni prima in una terra sconosciuta chiamata oggi Tampa Bay, in Florida. Il nome del fiume deriva dal nome con cui lo chiamavano gli indiani Algonchini: Mee-zee-see-bee, ovvero il vecchio, grande, profondo fiume. Il grande corso d'acqua assunse rapidamente grande importanza: lungo le sue acque ci si addentrava in nuovi territori, il suo delta metteva in comunicazione con il Golfo del Messico e con le colonie del centroamerica. Con l'ingresso della Louisiana nell'Unione il fiume divenne strategico per i commerci; lungo le sue sponde si combatterono e si inseguirono gli eserciti dell'Unione e dei Confederati durante la guerra civile. I grandi battelli con le grandi pale cominciarono a trasportare avventurieri; giocatori d'azzardo; mandriani. Tuttora il fiume rimane il grande padre che scende verso il grande lago salato. Il riverside permette una bella passeggiata a fianco dello skyline della città; comprende centri commerciali, parchi, bar ed il grande acquario, vanto di tutta New Orleans.
Con una rapida corsa in auto, allontanandoci di poco dalla città si entra nella swamp, e nei bayou, il regno dei cajun, un gruppo etnico costituito dai discendenti dei canadesi francofoni stanziatisi in Louisiana a cui si sono aggiunti nel corso dell'800 un certo numero di immigrati, in massima parte di origine spagnola e tedesca. Il loro territorio è quello paludoso costituito dai rami del grande fiume che si immettono poi nel grande lago salato e da lì nel delta che scarica le acque nel Golfo del Messico. I cajun ti portano con le loro barche piatte e silenziose lungo le acque scure della swamp. Ai lati querce e cipressi giganti ornati dal muschio spagnolo che spinge le sue braccia imploranti verso terra in una fitta ragnatela. Le acque sono il regno degli alligatori con i corpi statici come tronchi ma pronti ad aprire le loro grandi mandibole su qualsiasi cosa si muova. I cajun conoscono a memoria i luoghi di riposo di questi grandi animali; quasi li chiamano per nome e per il divertimento dei turisti regalano wurstel e zoffolette, un insieme di cereali e zucchero. Gli alligatori, in attesa del cibo, seguono la barca, si scorgono solo le narici e gli occhi.

Tra i rami degli alberi o appoggiati sui tronchi semissommersi dalle acque è facile vedere aironi cinerini; lungo i corsi d'acqua prendono il sole piccole tartarughe. Lungo il fiume nuotano gruppi di nutrie che, non avendo nemici naturali a parte gli alligatori, si sono accresciute in gran quantità provocando gravi danni agli argini dei canali, agli allevamenti dei gamberetti, uccidono anche le tartarughe.
Bei tipi questi cajun; per loro la vita è semplice: c'è la corsa al petrolio? Soldi? Lavoro? Basta non farci caso. Si campa meglio all'aria aperta. Uscire in barca in una giornata di sole, andare a caccia, a pesca, li fa sentire vivi. Se poi alla sera aggiungi alla cena (gumbo e jambalaya i piatti caratteristici paragonabili al caciucco livornese ed alla paella spagnola ma decisamente più speziati) un po' di musica con chitarra e fisarmonica cosa pretendere di più?
Al ritorno lungo il grande ponte che collega la città alla swamp si notano ancora i danni causati dall'ultimo terribile hurricane Katrina: interi quartieri spazzati via, case divelte e distrutte. Parte è stata ricostruita, parte è stata lasciata così come allora; anche una grande distruzione può essere occasione di business; per i turisti infatti si è organizzato il Katrina Tour... sono capaci di ottenere dollari da tutto questi americani!
Ma ormai il tempo è scaduto e all'alba di una giornata che si apre sotto un sole cocente ed una umidità invadente devo salutare la vecchia, sonnacchiosa New Orleans; in lontananza si sente ancora il ritmo della musica zydeco:

«Give me Louisiana, the state where I was born, the state of snowy cotton, the best I've ever known, a state of sweet magnolias and creole melodies…»



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